GIOVANI PROFESSIONISTI E RESPONSABILITÀ

OSPITI

  • Maria Rosaria Gualano, Professore Associato al Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche, Università di Torino
  • Alessandro Villa, Assistant Professor of Oral Medicine at Harvard School of Dental Medicine
  • Emanuela Vismara, Infermiera all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano – reparto di Ginecologia Oncologica
  • Massimo Picozzi, Psichiatra e criminologo
  • Mattia Altini, Direttore Sanitario IRST-IRCCS

IL TEMA

«Le parole passano, le esperienze colpiscono». Ha introdotto così Mattia Altini, direttore sanitario dell’Istituto scientifico romagnolo per lo studio e la cura dei tumori gli ospiti dell’incontro in Arena Salute C3 dedicato ai giovani professionisti e alle responsabilità.

L'INCONTRO

In apertura, l’“immoderabile” Massimo Picozzi, psichiatra e criminologo, ha proposto una clip video per rompere il ghiaccio, in cui si racconta un progetto di formazione sulla gestione dei pazienti e dei familiari. A seguire, Maria Rosaria Gualano, dell’Università di Torino, ha detto: «Non può esistere la “s” di successo senza la “s” di sacrificio. Il problema della responsabilità in Italia è anche culturale in un contesto caratterizzato dalla voglia di fuggire dalla responsabilità. Il dramma più grande della nostra società sono i medici che espatriano. Ma, dato il contesto particolare bisogna avere coraggio, non fuggire perché bisogna crescere per poter trasmettere e insegnare agli altri. Bisogna tendere a fare il meglio ogni giorno, anche senza raggiunge il 100 per cento».

Ha poi preso la parola Alessandro Villa, assistant professor of Oral Medicine at Harvard School of Dental Medicine, definendosi “cervello in fuga” che, dopo essersi laureato in Italia, si è ritrovato in America. Ha coinvolto ed ipnotizzato il pubblico raccontando diversi aneddoti, medici e non, che l’hanno colpito in questi anni in all’estero. «A volte capita di ridurre il paziente ad un caso affascinante dove entra in gioco anche il cinismo». Cosa che non dovrebbe succedere se si guarda il lato umano.

Emanuela Vismara, giovanissima infermiera all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, ha raccontato che «i passi nuovi che ho fatto durante la mia vita sono stati grazie ad un volto, ad una persona che ho guardato e a dei fatti della realtà che mi sono venuti incontro». Tramite l’esperienza con un paziente è arrivata alla conclusione, valida ancora oggi, che «è indispensabile un rapporto di fiducia tra chi cura e chi riceve la cura» e quando questo manca bisogna cercare una strada per entrare in relazione con l’altro. «Per lavorare bene è necessario guardare altri che lo fanno». Per assistere bene il paziente è necessario imparare un metodo che risponda al bene del paziente che vuol dire, in alcuni casi, «imporsi davanti al medico quando non vede qualcosa che io vedo». Si può sempre imparare e la costante degli anni di esperienza di Emanuela Vismara è stata «la consapevolezza che non c’è amore verso i miei pazienti e il mio lavoro senza una vera responsabilità rispetto ai miei desideri e quello che accade davanti ai miei occhi. Questa serietà si può sviluppare da subito solo intercettando sul nostro cammino grandi maestri». In sostanza, come ha riassunto Mattia Altini, «una parte della cura è lo sguardo del curante».

Tutto è basato sull’ascolto e l’emotività, come ha detto Massimo Picozzi: «In ambito medico bisogna stare attenti a non essere troppo attratti dalle hard skills, competenze tecniche. Ci stiamo completamente dimenticando delle soft skills come la consapevolezza, la comunicazione, l’ascolto, la gestione del team, la capacità di lavorare in gruppo e la gestione dello stress. La responsabilità implica il rispetto ma purtroppo oggi lo spazio per apprendere come comunicare con l’altro nel corso degli studi ancora non esiste».

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