Il prof. Marco Trabucchi, già professore ordinario di Neuropsicofarmacologia nell’Università di Roma “Tor Vergata”, specialista in psichiatria, è direttore scientifico del Gruppo di Ricerca Geriatrica di Brescia, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, Consigliere della SIGG (Società Italiana di Gerontologia e Geriatria).
Nel suo messaggio di auguri pasquali, delinea gli obiettivi sui quali lavorare per costruire un nuovo modello di futuro con particolare interesse agli anziani: se questo tema è sempre stato al centro dei dibattiti del Meeting, tanto più lo è oggi, in relazione alle sofferenze patite in questa emergenza dalle persone più deboli e da chi le accudisce.

Buona Pasqua

Marco Trabucchi

Buona Pasqua a tutte le persone che in questo tempo di dolore soffrono e a quelle che si curano di loro.

Da qualche anno il Meeting offre occasioni significative per discutere la condizione degli anziani fragili. Non so se ci riusciremo anche quest’anno, ma certamente dobbiamo avere la forza di partire dalle sofferenze subite in questo periodo da tanti nostri concittadini per proporre un modo (un mondo) nuovo, dove permettere agli anziani di esprimere le loro potenzialità vitali.

Non è questa la sede per fare un ragionamento esaustivo; mi permetto, però, di indicare alcuni punti sui quali dobbiamo concentrare la nostra intelligenza e cultura, nonché le nostre esperienze, al fine di costruire le basi di un futuro che vogliamo con tutte le nostre forze.
Non dobbiamo lasciare che il domani delle nostre comunità sia affidato a chi non sente l’impegno di giustizia e libertà per tutte le persone, a cominciare da quelle più deboli.

In questa logica dovremo occuparci, per quanto riguarda gli anziani di:

– garantire una città dove possano vivere come tutti gli altri, con adeguate possibilità di presenza civile, di lavoro, di incontro, di attenzione ai bisogni fondamentali (cultura, affetti, religiosità, salute);

– garantire che nel momento del bisogno le collettività siano al servizio di tutti, impegnando al massimo le loro disponibilità, senza discriminazioni a priori legate all’età;

– garantire che gli anziani soli siano al centro dell’attenzione collettiva; nessuno, per nessun motivo, deve morire in solitudine. Ogni morte è un atto che richiede presenze, condivisioni.

– garantire che, fino a che è realisticamente consentito dalle condizioni di salute, gli anziani possano restare nella loro casa, offrendo loro i supporti necessari sul piano assistenziale, clinico, di accompagnamento. La casa è e resta il centro della vita umana e ha una importante ruolo anche sul piano civile;

– garantire che le residenze per anziani siano (restino) collocate al centro delle comunità. Molte di loro sono sorte in tempi lontani per opera della generosità dei nostri antenati. È necessario trovare una sintesi tra il legame con il territorio e il collegamento con altri servizi di ambito sanitario e sociosanitario. In questi tempi abbiamo assistito a dichiarazioni dolorose e spiacevoli secondo le quali le residenze per anziani sarebbero esterne al resto dei servizi alla persona. Ciò non è accettabile, perché provocherebbe di fatto la formazione di piccoli “lazzaretti”, pieni di dolore e privati dei necessari supporti da parte dei sistemi organizzati;

– garantire negli ospedali servizi tecnicamente avanzati, senza differenze legate all’età. Gli anziani vanno presi in carico e assistiti come tutti i cittadini, con cure attente, appropriate, adeguate alla sofferenza e ai disagi di ciascuno. Nemmeno a 100 anni dobbiamo rinunciare all’impegno per la vita.

Non esiste un anziano “standard”, ma tante storie che hanno portato a individualità biologiche e umane. Tanto più una persona è vecchia, tanto più è una storia ricca, da coltivare e rispettare.